con Chiara non ho scattato

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Questo Post è solo a titolo informativo, anni fa ne feci uno simile, ma visto che ogni tanto mi capitano queste cose, ho deciso di farne uno nuovo.

Chiara, (ho messo un nome fittizio per rispetto della sua privacy), mi ha contattato tramite social, chiedendomi informazioni per potersi fare un Book Fotografico

Dopo qualche giorno ci siamo sentiti così abbiamo deciso i giorni che potevano essere liberi per entrambi, poi, sempre tramite FaceBook o WhatsApp abbiamo finito di pianificare la nostra  sessione fotografica, definendo sia la location, che dato la stagione sarà in studio, sia cosa dovrà portare come outfit…

OK, appuntamento a Domenica pomeriggio ore 16:00…

Con quasi un ora di ritardo, (questo non è buon segno, sia per mancanza di rispetto altrui, sia per il poco interesse che ha dimostrato di avere per questo shooting), arriva accompagnata da un amica, che, tra l’altro lei si è dimostrata gentile e ha capito la situazione, mentre Chiara voleva fosse presente anche l’amica, io le spiego tranquillamente, che specialmente, quando la persona da ritrarre non è una “modella professionista”, preferisco lavorare da solo con lei, in primo luogo per dare il giusto tempo alla persona di prendere confidenza con la fotocamera e poi poter instaurare un buon rapporto lavorativo di “fiducia reciproca” tra fotografo e soggetto, per cercare di evitare al massimo situazioni di distrazione, disagio o imbarazzo, per questo preferisco scattare da solo, tanto più che per Chiara è la prima volta che posa davanti ad un obiettivo.

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Così ho decido di non scattare, sia per il rispetto mancato che per la poca fiducia nei miei confronti.shilouette-ok

Preferisco perdere un lavoro prima di rischiare di realizzare un Book mediocre, sarebbe controproducente sia per me che per la ragazza che non sarebbe soddisfatta delle proprie fotografie.

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Domenica con Ana

Dopo un po’ di tempo che non ci vedevamo, con Ana abbiamo deciso di trovarci domenica sia per passare un pomeriggio insieme, sia per scattare qualche foto nuova.

Sono passato a prenderla a casa e dato che la stagione non ci ha permesso di scattare in esterni abbiamo deciso di andare in studio,  dopo avere riscaldato l’ambiente abbiamo incominciato a fare qualche scatto, per l’occasione ho provato l’illuminazione a Led, essendo una fonte di illuminazione continua mi ha permesso ci scattare in sequenza senza dover aspettare i tempi di  ricarica del condensatore del flash.

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Dopo aver fatto una prima sessione con questo tipo di illuminazione, son voluto ritornare alle origini, preparando un set con luce flash a due punti d’illuminazione , una luce primaria e una d’effetto, set semplice ma sempre efficace.

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Una foto è una foto, non una vetrofania

Copio e incollo un articolo da divulgare molto interessante di Luca Pianigiani di Jumper

UNA FOTO È UNA FOTO. NON UNA VETROFANIA (UNA BATTAGLIA DA COMBATTERE)

Una fotografia è un prodotto, da vendere; di conseguenza, da promuovere. Su questo punto, ci auguriamo non ci siano dubbi. Certo, la fotografia è molto di più, ma questo è solo un vantaggio per chi produce immagini: le fotografie servono ad un sacco di cose, e quindi sono anche “un sacco di altre cose”, ma questo non toglie il punto fondamentale, per chi lavora in questo campo: sono un prodotto da vendere.

Perché questo discorso? Perché sembra di tornare a quanto è stato tanto discusso un anno fa circa (pubblicamente e politicamente: se ne parla e ne abbiamo parlato da molto di più nell’ambiente) con lo slogan “Un libro è un Libro”, promosso dal Ministro Franceschini per allineare le aliquote Iva dei libri di carta a quelli digitali, che ha generato una aspra battaglia in sede di Comunità Europea, che ora sembra essere definitivamente passata. E’ arrivato forse il momento per aprire un altro capitolo, simile, e possiamo già coniare un hashtag:

#unafotoèunafoto

In cosa consiste questa nuova battaglia? La tematica è simile a quella dei libri, per certi versi più complessa (ma dovrebbe essere invece semplice, non c’entra nemmeno l’Europa, semmai i singoli Comuni). La storia è semplice, ed è nata da una richiesta di un’amica fotografa che mi ha fatto entrare in questo incubo (ovvero: ha condiviso con me il suo). Nasce da una richiesta davvero folle (perché #unafotoèunafoto, appunto) di una società che ha avuto l’appalto dal Comune dove questa amica fotografa ha un negozio per incassare le “tasse” relative alle “decorazioni”; una tassa che tutti i negozi pagano per scritte e insegne, ma che finora erano legate solo a questi elementi. La novità invece è che anche le immagini, le fotografie esposte, devono sottostare a questa tassazione, o almeno questa è la novità per il Comune in questione: va spiegato infatti che pur esistendo un Regolamento per l’applicazione delle imposte sulla pubblicità e sulle pubbliche affissioni (datata 1993), poi ogni Comune può interpretarlo e gestirlo con una certa autonomia, quindi può variare da Comune a Comune.

Questa “novità” (che anche le fotografie, e non solo le insegne, sono soggette a tassazione) mai comunicata prima, ha generato un doppio binario di richiesta:

1) Il pagamento della tassa
2) Il pagamento della multa per “omessa dichiarazione”.

Inutile dire che sono parecchi soldi. Ma la questione non sono i soldi (non solo questi), ma l’insensatezza delle due richieste:

1) Perché deve essere pagata questa tassa? (spieghiamo dopo)

2) Perché bisogna pagare una multa per omessa dichiarazione, se nessuno ha mai comunicato questa nuova richiesta (il fatto che “sia nuova” è frutto del fatto che mai è stata richiesta in passato).

Di tutto questo si deve e si occuperà un legale, ovviamente. Ma quello che vogliamo mettere in campo è una discussione etica e pratica, che riguarda la domanda:

“Perché bisogna pagare una tassa per l’esporre delle fotografie?”

Si, perché, come abbiamo detto all’inizio, la fotografia serve a tante cose, ma per un professionista che VENDE fotografie si tratta di un prodotto in vetrina; del SUO prodotto in vetrina. Come si fa a confondere il prodotto con una “vetrofania” che, in quanto elemento di promozione e pubblicità, deve sottostare a questa tassa?

Se qualsiasi elemento in vetrina deve essere considerato una “vetrofania”, allora chi vende scarpe le scarpe in vetrina cosa sta “esponendo”? Un prodotto che porta il cliente ad entrare e comprare, oppure è una “promozione” visuale e come tale tassabile? Cosa vende un fotografo? Una fotografia (tante fotografie), tra l’altro spesso confezionate in un album oppure su tela, su un supporto (anche adesivo, a dirla tutta…), ma il fatto che una fotografia sia “anche” un elemento usato per promuovere pubblicitariamente qualcosa non toglie la sua essenza primaria: per un fotografo è IL PRODOTTO, come una scarpa, come un pollo arrosto, come un vestito, come una lattina di una bevanda frizzante.

C’è qualcosa che non funziona, e in questo “malfunzionamento” ci sono interessi economici che tentano di dimostrare il contrario, anzi… in mancanza della possibilità di dimostrare l’ovvio, ovvero che per un fotografo una foto in vetrina è PRINCIPALMENTE il prodotto e non la promozione pubblicitaria del proprio lavoro, la tassa rimane, e qualsiasi discussione che allunghi i tempi dei pagamenti genera una crescita della multa e della mora. Bisogna fare qualcosa, e in questo ci si può avvalere di sentenze che hanno già riguardato un altro settore, quello del turismo, dove l’esposizione di foto di luoghi di viaggio e i relativi prezzi dei “pacchetti” sono stati considerati (e messi poi in discussione a livello legale) della pubblicità e non “il prodotto venduto”.

E’una discussione difficile, ma che bisogna vincere, quindi esortiamo gli organi competenti (per esempio le Associazioni di Categoria), a muoversi, partendo da questa nostra segnalazione. I fotografi hanno già un sacco di problemi, in questo periodo, hanno bisogno di lavorare e ovviamente devono pagare le tasse che competono loro, ma questa situazione deve essere chiarita, oppure bisogna cambiare la tassazione indicando che tutto quello che viene esposto in una vetrina deve essere sottoposto ad una tassazione: le scarpe, i vestiti, le fotografie, non ha senso che solo una categoria sia obbligata a questo “balzello”. Bisogna – per essere chiari nell’esposizione e nella creazione di questa linea di difesa – dimostrare che le fotografie sono il prodotto venduto, e non una pubblicità fine a se stessa.

Serve massa critica, servono sentenze, serve che tutti si mettano insieme a combattere una scorrettezza, e in questo serve il coinvolgimento di tutti, e su canali ben più allargati di quello che può essere Jumper. Condividi quindi questo post, usa l’hashtag #unafotoèunafoto e fallo sapere a tutti. Potresti non essere direttamente in questa situazione (perché forse il tuo Comune non ti ha ancora chiesto qualcosa in merito), ma prova a guardare nella casella delle lettere… la multa potrebbe arrivarti oggi stesso, o tra sei mesi… o tra un anno.

By Luca Pianigiani in SUNDAY JUMPER

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